SI FA PRESTO A DIRE FAST FASHION : IL VERO COSTO DELLA MODA

SI FA PRESTO A DIRE “FAST FASHION”
Il 31 dicembre 1989, in un articolo del New York Times intitolato “Two New Stores that Cruise Fashion’s Fast Lane” ,la giornalista Anne-Marie Schiro coniò l’espressione Fast fashion per indicare un cambio di rotta verso un tipo di
“moda veloce”.
Per Fast fashion si intende un modello produttivo proprio di alcune aziende di abbigliamento che producono e vendono capi a basso costo e al passo con le tendenze, con un ricambio veloce delle collezioni e acquisti online su piattaforme che presentano una procedura facilitata di rimborso e reso degli acquisti.
Il primo boom dell’industria Fast Fashion avvenne negli anni ’90, ma le sue radici risalgono all’Ottocento, in un’epoca in cui già esistevano aziende che fabbricavano vestiti a buon mercato destinati alla classe media e realizzati in serie. Già a partire dagli anni ’80, le aziende occidentali avevano iniziato a delocalizzare la produzione in Paesi in cui era possibile affidare il lavoro di produzione o assemblaggio a una manodopera a basso costo.
Nel contesto odierno, uno degli aspetti più discussi del fenomeno riguarda le condizioni di lavoro di alcune fabbriche che richiedono ritmi lavorativi intensi con l’impiego di bambini, adolescenti e donne che non ricevono un salario dignitoso.
Si tratta di aziende che presentano problemi strutturali: le filiere risultano spesso opache e delocalizzate; si osserva un fenomeno di sfruttamento diffuso di manodopera sottopagata e priva di tutele; si registra una sovraproduzione che genera capi invenduti. Nell’ultima fase del ciclo si riscontra un sovraconsumo da parte del cliente che conduce a un inevitabile inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria, i cui danni provocano gravi impatti sull’intero pianeta.
Questo processo rappresenta una diretta conseguenza del fenomeno della globalizzazione che negli anni ha assunto un aspetto più evidente con l’avvento del digitale. I ritmi sono aumentati vertiginosamente con la nascita di internet e dell’e-commerce, portando alla diffusione di molti brand che hanno investito in pubblicità sui social network, ottenendo consenso dalle giovani generazioni. Il fast fashion a partire dal 2010 ha vissuto il suo secondo boom determinando quello che viene comunemente definito “Ultra fast-fashion”
LE CONSEGUENZE AMBIENTALI
Il ciclo di inquinamento di un abito ha inizio dalla sua fabbricazione, che rende l’industria del Fast fashion una delle più impattanti a livello ambientale, a cominciare dall’utilizzo di acqua e terreno coltivabile. L’industria tessile è una delle più impattanti sull’ambiente, infatti registra livelli altissimi di emissioni di gas serra a causa della sua lunga filiera produttiva.
Nonostante l’ingente dispiego di energie e risorse, un capo viene indossato pochissime volte prima di essere buttato, ceduto o smaltito; al termine del suo ciclo di vita finisce in discarica, creando montagne di abiti quando questi non vengono bruciati o seppelliti.
IL COSTO NASCOSTO
Il 24 aprile del 2013 si verificò il più grande disastro legato alla violazione dei diritti umani in ambito commerciale e nell’industria tessile: il crollo dell’edificio Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh. L’edificio di cinque piani crollò causando 1138 vittime.
Le cause del crollo furono molteplici: la struttura era stata costruita senza ottenere i permessi adeguati, con materiali scadenti e all’interno erano stati inseriti macchinari pesanti che generavano forti vibrazioni.
Secondo le fonti, l’edificio presentava condizioni precarie già nei giorni precedenti al crollo e non erano state prese le misure di sicurezza necessarie alla salvaguardia degli operai.
L’evento sconvolse il mondo.

Il crollo di Rana Plaza fu un evento che segnò il punto di partenza nel dibattito sulla moda e il suo costo reale in termini di sostenibilità. L’anno successivo, nel 2014, in Inghilterra nacque da Orsola De Castro e Carry Sommers il più grande movimento di attivismo della moda al mondo: Fashion Revolution.
Fashion Revolution pubblica regolarmente dei report sui cicli produttivi dei brand, dai quali emerge l’opacità delle informazioni che non rivelano con trasparenza i dati relativi alla loro filiera, alle condizioni dei lavoratori e al salario minimo.
Il movimento si impegna attivamente nel contribuire al miglioramento del funzionamento dell’industria della moda con lo slogan
“Who made my clothes?”
Viene posta un’attenzione particolare a chi lavora per la realizzazione dei capi, dove e in quale contesto, con la consapevolezza di essere l’ultimo punto di una lunga catena produttiva e che noi consumatori abbiamo la possibilità di compiere scelte consapevoli. Ma da dove bisogna iniziare? Il cambiamento parte dall’informazione: essere consapevoli è il primo passo. Prima di acquistare, sarebbe utile analizzare sempre l’origine del prodotto, i materiali e le condizioni lavorative della filiera; evitare gli acquisti impulsivi e investire in capi di qualità.